movimento dal carattere filosofico e religioso nato nella seconda metà del VI secolo a.C. nella parte nord dell'India: il Buddismo.
Considerando il dolore parte dell'esistenza umana, il Buddismo predica il distacco dalla vita terrena come unico modo per superarne le sofferenze. L'esistenza umana, difatti, viene considerata un prodotto dell'ignoranza: quest'ultima, a sua volta, è causa delle passioni e dei desideri che impediscono all'uomo di vedere l'irrealtà delle cose dell'universo e di interrompere il ciclo della trasmigrazione dell'anima che lo porta a un continuo rinascere. Solo con il raggiungimento del Nirvana è possibile interrompere il ciclo della reincarnazione; e solo seguendo la via segnata da quattro nobili sentieri è possibile pervenire alla perfetta beatitudine del Nirvana, lo stato dei Budda (i risvegliati).
Gli esseri, quindi, sono soggetti a vizi e desideri che devono essere annullati per permettere all'anima di raggiungere la perfezione; e, fra i desideri, quello dell'unione sessuale è una delle forme più evidenti in cui si manifesta la sete di vita. Per tale motivo esso rappresenta un ostacolo alla via della salvezza. Ma esiste differenza fra donna e uomo nel cammino verso il Nirvana, lungo il quale ogni essere è portato a resistere alle tentazioni terrene? Nel buddismo tradizionale, che fa riferimento ad alcuni discorsi tramandati dai seguaci di Siddhartha Gothama, si!
Qui, la predicazione del Budda riguardo alla donna è insita di una misoginia che porta la donna stessa ad essere considerata una delle tentazioni terrene a cui è più difficile rinunciare; si legge infatti in un suo discorso: "Io non conosco, o monaci, altra forma che sia così attraente, così eccitante, così inebriante, così avvincente, così seducente, così contraria alla vita serena come proprio la forma della donna. A causa della forma della donna gli esseri sono avvinti, attratti ed arsi nel fuoco della brama e della passione e gemono a lungo sotto l'incendio della forma femminile. Io non conosco, o monaci, altra voce, altro odore, altro sapore, altro contatto che sia così attraente , così eccitante, così inebriante, così avvincente, così seducente, così contrario alla vita serena come proprio l'odore, il sapore, il contatto della donna. A causa della voce, dell'odore, del sapore, del contatto della donna gli esseri sono vinti, attratti e arsi nel fuoco della brama e della passione gemono a lungo sotto l'incanto del contatto femminile. Che la donna si muova o che stia, che sieda o giaccia, che rida o parli, che canti o pianga, che sia vestita o nuda: persino come cadavere la donna avvince il cuore dell'uomo".
Secondo il pensiero dell'Illuminato, quindi, non è condannata la donna in quante tale, ma la donna come tentazione e fonte di piacere per l'uomo; il potere di seduzione femminile, per chi lo subisce, è considerato un impedimento al raggiungimento del Nirvana, un ostacolo maggiore al distacco dai piaceri della vita. Il suddetto potere non è un segno di impurità intrinseco alla donna.
A quale conclusione arriva Siddhartha Gothama, dunque? Alla considerazione che è impossibile per la donna il raggiungimento del Nirvana se essa prima non sopprime in se sé tutto ciò che è femminile, annullando così quel potere di seduzione che tanto limita il cammino dell'uomo verso la perfezione.
Quello che non è chiaro, però, è il motivo per cui la donna debba essere obbligata ad annullare la propria femminilità per permettere "all'uomo" di raggiungere più facilmente il Nirvana (leggi: per impedire all'uomo di cadere in tentazione), senza che le venga quantomeno riconosciuta una maggiore predisposizione al raggiungimento del Nirvana stesso rispetto all'uomo; conseguenza logica in virtù del fatto che essa non ha la medesima difficile tentazione a cui resistere, ovvero il potere seducente dell'uomo (tralascio la possibilità per una donna di subire il potere seducente di un'altra donna per evitare complicazioni).
Siddhartha Gothama non si è preoccupato minimamente della possibilità che la donna possa avere qualche difficoltà a resistere alla tentazione di un bel corpo maschile, tanto quanto un uomo di fronte alle fattezze di un corpo femminile. Ammesso (e non concesso) che la donna non provi gli stessi desideri e le stesse passioni nel vedere un uomo sorridere o nel vedere il suo cadavere, e che non abbia anche lei da rivendicare qualcosa circa la possibilità che l'uomo rappresenti un difficile ostacolo da superare per arrivare alla perfezione, per quale ragione il Budda non riconosce l'evidente maggiore predisposizione della donna a staccarsi dai piaceri sessuali terreni? Non avrebbe forse la donna una più forte capacità di resistere alla tentazione "sesso", dato che l'uomo sarebbe meno sensuale?
Sembra che solo dopo molte controverse discussioni il Budda abbia acconsentito ad ammettere donne fra i propri discepoli, consentendo loro la vita monastica sotto la sorveglianza dei monaci della comunità maschile, costrette però ad annullare in sé ciò che le rende femminili.
Sono del parere che la tensione sessuale sia (e debba giustamente essere considerata tale!) pari per la donna e per l'uomo (e differente a seconda degli individui a prescindere dal sesso di appartenenza), ma anche riconoscendo a Siddhartha Gothama il potente potere sensuale della donna, non si riesce a capire perché non sia la donna ad essere considerata privilegiata per il raggiungimento del Nirvana; una tentazione in meno non dovrebbe rendere il cammino più semplice?
Un puro gioco retorico, se non fosse che teorie del genere portano da sempre ad una pratica discriminatoria nei confronti delle donne anche in altri campi.
Bisogna riconoscere che il Buddismo moderno prevede per le donne una maggiore apertura, tanto che lo stesso Dalai Lama sostiene oggi la necessità che le monache buddiste abbiano finalmente pari diritti rispetto ai loro omologhi maschi; sarebbe utile, però, porre l'attenzione al possibile piccolo errore di calcolo commesso inizialmente dal Buddismo classico, che ha portato ad una discriminazione nei confronti delle donne; chissà che la maggiore apertura alle donne non si trasformi in reale e giusta parità fra i sessi, almeno nel Buddismo.
Elisabetta Megna
Bibliografia
Le religioni degli altri: Il Buddismo, il Confucianesimo, supplemento al n. 12 di Oggi del 25 marzo 1987
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